Germi multiresistenti, animali da compagnia e rischio per i proprietari

Sebbene la trasmissione di germi multiresistenti dall'animale all'uomo è possibile, gli animali da compagni non rappresentano un fattore di rischio significativo per i proprietari.

Pubblicato il
, diSilvano Marini

I dati preliminari di uno studio condotto all’Università di Berlino attestano che la trasmissione dal pet all’uomo è un’evenienza possibile, ma che il rischio non appare significativo

Se i batteri resistenti agli antibiotici rappresentano ormai un problema di portata globale, il possibile ruolo degli animali domestici come fonte di contagio resta in buona parte ancora da chiarire, anche perché la letteratura riporta dati piuttosto controversi. Peraltro, l’antibioticoresistenza si fa sentire in modo sempre più pressante anche nel setting veterinario, riducendo progressivamente le opzioni terapeutiche a disposizione. Sono queste, in buona sostanza, le premesse dalle quali ha preso lo spunto uno studio tedesco condotto da Carolin Hackmann e colleghi, dell’Istituto di igiene e medicina ambientale dell’Università di Berlino. I risultati preliminari del lavoro – decisamente interessanti – sono stati presentati al 30° European Congress of Clinical Microbiology and Infectious Diseases (previsto a Parigi, l’evento non si è tenuto a causa della pandemia, ma gli atti sono stati comunque pubblicati).

Materiali & metodi: i germi al centro dell’indagine

Impostato secondo un classico schema caso-controllo, lo studio tedesco aveva dunque lo scopo di indagare il ruolo degli animali da compagnia – in particolare cani e gatti – come potenziale veicolo di contagio dei propri proprietari (un gruppo di pazienti ospedalieri) da parte dei comuni batteri resistenti. L’attenzione è stata infatti concentrate sui più diffusi germi antibioticoresistenti: Staphylococcus aureus meticillino-resistente, enterococchi vancomicina-resistenti, Enterobacterales resistenti alle cefalosprine di terza generazione, Enterobacterales resistenti ai carbapenemi.

Per valutare se il proprio animale da compagnia rappresentasse un fattore di rischio di infezione con uno di questi patogeni, gli autori hanno sottoposto i proprietari a una serie di domande sul numero di pet presenti in casa, la vicinanza del contatto, l’anamnesi patologica e i trattamenti medici degli animali. Per accertare le eventuali affinità genetiche tra i batteri isolati nell’uomo e quelli isolati nell’animale sono stati raccolti e confrontati i tamponi nasali e rettali sia dei proprietari sia dei loro pet, sottoponendo a sequenziamento genico i germi in comune.

Le anticipazioni sui risultati preliminari dello studio

Alla prima fase dello studio hanno partecipato in totale 1.500 soggetti e di questi il 33% è risultato positivo a germi antibioticoresistenti. I proprietari di almeno un pet erano 296 e il 38% è risultato positivo a batteri resistenti. Dai primi approfondimenti – che sono stati condotti sui campioni biologici di 77 cani e 71 gatti appartenenti a 112 proprietari – è emerso che il 14% per cento degli animali era positivo a un batterio resistente (23 cani e un gatto). Soltanto in due casi, però, il batterio corrispondeva fenotipicamente al patogeno del proprietario (un Enterococcus faecium resistente alla vancomicina e un Escherichia coli resistente alle cefalosprine di terza generazione) e il sequenziamento genico ha confermato che in entrambi i casi si trattava dello stesso germe.

Come concludono dunque gli autori, se da una parte l’analisi dei dati preliminari attesta che la trasmissione di germi multiresistenti dall’animale all’uomo è possibile, dall’altra le conferme riguardano soltanto l’1,8% dei casi, indicando che gli animali da compagnia non rappresentano un fattore di rischio significativo per la colonizzazione da batteri antibioticoresistenti nei pazienti.

Reference

Hackmann C, Gastmeier P,, Gruhl D, Laos De Henner B, Lübke-Becker A, Schwarz S, Leistner R. The transmission risk of multidrug-resistant organisms between pets and humans: an exploratory case control study protocol. 2020, 30th European Congress of Clinical Microbiology and Infectious Diseases (ECCMID) Abstract Book, Abstract 4696

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